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mercoledì 28 giugno 2023

La vicenda Chico Forti: intervista a Marco Strano, autore di "Cherry Picking - La Strategia Di Un Assassino"

Il fatto.


E' il 15 febbraio del 1998. La polizia di Miami rinviene, sulla spiaggia, il cadavere di Dale Pike (nella foto), 42 anni, giunto in Florida da Ibiza il giorno precedente. Dalle indagini emerge che l'assassino è Enrico Forti, conosciuto come Chico, un italiano residente a Miami.  Chico stava trattando con Tony Pike, padre della vittima, l'acquisto del noto hotel Pikes di Ibiza. Secondo l'accusa, Dale Pike temeva che il padre, anziano e affetto da demenza senile, si fosse fatto raggirare da Chico Forti e pertanto si era recato a Miami per vederci chiaro ed eventualmente bloccare la vendita dell'albergo. Per questa ragione, Chico aveva ucciso Dale Pike. Processato, Chico Forti viene condannato all'ergastolo e sta scontando la sua pena nelle carceri americane senza alcuna possibilità di liberazione anticipata. 

Il mio primo approccio con la vicenda.


Ho affrontato per la prima volta la vicenda di Chico Forti (nella foto) nel 2012, sulle pagine della rivista online Giornalettismo. Gli dedicai tre articoli, nei quali, in sintesi, ho evidenziato che a fronte di un’ampia e articolata campagna mediatica per sostenerne l’innocenza e chiederne la liberazione, nessuno tra i suoi promotori e sostenitori aveva pubblicato gli atti processuali. La campagna era basata su affermazioni non supportate da qualsiasi allegazione documentale e, anzi, i pochi documenti che era possibile rintracciare in rete le smentivano. L’aspetto più sconcertante della vicenda è che qualsiasi voce fuori dal coro, qualsiasi tentativo di veder chiaro sulle narrazioni prospettate dai sostenitori di Chico Forti, erano oggetto di attacchi furiosi, messaggi intimidatori, diffide. Fu in quel contesto che conobbi il dr. Marco Strano, all’epoca dirigente psicologo della Polizia di Stato, con notevoli esperienze professionali nel campo della criminologia, che si stava interessando alla vicenda e stava raccogliendo materiale negli USA per un’analisi professionale del caso. Chiunque l’avrebbe considerato un valido aiuto per la ricerca della verità, ma anziché ricevere sostegno per la sua iniziativa, Strano fu diffidato dal proseguire le sue indagini e dal “ficcare il naso” nella vicenda Forti. In genere queste intimidazioni ottengono l’effetto contrario e Strano ha continuato a “ficcare il naso”, con la professionalità e la determinazione che lo hanno sempre caratterizzato, stringendo contatti con gli investigatori della polizia di Miami e recandosi personalmente sulla “scena del crimine”. Grazie all’esperienza acquisita e al materiale raccolto, oggi ha scritto un libro, “Cherry Picking, la strategia di un assassino”, edito da La Bussola, nel quale è riportato per intero uno degli articoli che avevo scritto su Giornalettismo, e ha contribuito alla realizzazione di un interessante e scorrevole documentario che a settembre verrà presentato a Miami. Quale migliore occasione per fare di nuovo due chiacchiere con lui?


L'intervista a Marco Strano.



E allora, Marco, è passato un po’ di tempo dall’ultima volta che abbiamo parlato della vicenda di Chico Forti e vedo che, nel frattempo, hai raggiunto risultati che consentono di avere un quadro attendibile e documentato di ciò che è successo. Ti va di spiegare ai lettori di Quora perché un esperto dirigente psicologo della Polizia di Stato ha deciso di interessarsi al caso Forti e come sei arrivato a realizzarci un libro e un documentario?

Nel 2009 ho ricevuto da Andrea Casari, un amico di Chico Forti e attivista del “comitato pro-liberazione”, una richiesta di aiuto per analizzare il caso. Mi inviò anche una copiosa documentazione sul processo da loro realizzata. Studiai a fondo quella documentazione e dopo qualche mese lo chiamai dicendogli che li avrei aiutati (gratuitamente) ma che comunque non ero completamente certo dell’innocenza di Forti e che avrei dovuto comunque attivare i miei contatti in USA per reperire ulteriori informazioni oltre a quelle che mi erano state fornite. Il tutto sempre gratuitamente. Da quel momento Andrea Casari non mi ha più risposto. La mia frase “non sono completamente certo” evidentemente lo aveva fatto desistere dal mio ingaggio. Allora, visto che avevo impiegato del tempo per studiare tutte quelle carte ho pensato di occuparmi comunque quel caso. Sono andato alcune volte a Miami e ho parlato con diversi miei colleghi (soprattutto del settore CSI) che lavoravano in quella zona. E il quadro che mi si aprì fu notevolmente diverso da quello prospettato dai sostenitori di Forti. Quello che stonava era soprattutto l’idea che alla base della condanna di Enrico Forti ci fosse la deliberata volontà di incastrarlo da parte della Polizia di Miami e la costruzione di prove false da parte di quel reparto. Per queste voci, messe in giro in Italia, riscontrai un forte malumore nella Procura e tra i poliziotti di Miami. Ed allora ho deciso di andare a fondo in questa storia, non più per salvare Chico Forti dall’ergastolo ma per salvare l’onore dei miei colleghi d’oltreoceano. Del resto appartengo a una associazione internazionale di solidarietà tra i poliziotti che si chiama “Thin Blue Line” (presiedo la sezione italiana). A partire dal 2012 ho quindi iniziato a recarmi a Miami con una certa regolarità, reperendo documentazione ma soprattutto andando fisicamente nei luoghi interessati all’omicidio. La spiaggia di Key Biscagne, gli itinerari seguiti presumibilmente il giorno del delitto, l’ufficio del Coroner. E poi ho fatto tesoro dei racconti dei miei colleghi poliziotti e di alcuni giornalisti ben informati che mi hanno dato importanti informazioni e documenti. Il mio lavoro è confluito nel 2019 in un report (in lingua inglese) che nel giro di pochi mesi si è diffuso a macchia d’olio negli Stati Uniti attraverso la community internazionale di poliziotti a cui appartengo, community che mi ha immediatamente sostenuto in questa operazione. Più di recente, all’inizio del 2023, ho deciso di fare una estrema sintesi di quel report e di rendere disponibile il mio lavoro anche al pubblico italiano. L’editore Giovacchino Onorati, con cui condivido un passato nelle forze dell’Ordine e che quindi è particolarmente sensibile a queste tematiche, ha sposato la mia causa pubblicando il mio lavoro con la prestigiosa casa editrice “La Bussola”. Per questo libro, per coerenza, ho rinunciato ai miei diritti d’autore. Infine, qualche mese fa, la conoscenza con il brillante youtuber Andrea Lombardi (uno di quegli incontri intellettualmente “importanti” della mia vita) mi ha condotto ad aiutarlo nella realizzazione di un suo documentario ispirato in parte al mio libro, documentario che nel giro di poco tempo ha ottenuto una quantità enorme di visualizzazioni e di commenti positivi. Presenteremo insieme, al cospetto delle autorità della Florida e dei miei colleghi poliziotti di Miami, nel mese di settembre 2023, la versione in lingua inglese del suo documentario e del mio libro “Cherry Picking” sul caso Forti che in questo periodo sono in fase di ampliamento e traduzione in lingua inglese.

Che effetto ti hanno fatto le diffide e le intimidazioni che hai ricevuto nel tentativo di indurti a disinteressarti della vicenda?

Ho ricevuto minacce ed intimidazioni fin dall’inizio della mia carriera nelle Forze dell’Ordine e quindi sono abituato. Nel periodo in cui comandavo un nucleo dei Carabinieri di vigilanza a un carcere di massima sicurezza (1981-1983), trovarono nell’agenda di una brigatista arrestata il mio nome e la targa della mia macchina con accanto una croce. Per quello fui trasferito immediatamente per motivi di sicurezza in una scuola allievi (a Benevento) dove sono stato più di un anno senza poter uscire. Poi nel mio periodo di servizio in un Centro di contrasto alla criminalità organizzata dei Servizi di intelligence (1991-1997) ho ricevuto minacce dal clan Rijna dopo aver partecipato a una lunga e complessa operazione in Lombardia che ha portato allo smantellamento della loro base più importante nel nord-Italia. E nel periodo di servizio alla Polizia Postale (2001-2005) ho ricevuto minacce di morte, insieme a don Di Noto (che ancora gira sotto scorta) dalle organizzazioni internazionali di pedofili e infine, negli ultimi anni di servizio, in qualità di sindacalista della Polizia di Stato (2008-2019), ho ricevuto minacce e intimidazioni per aver intrapreso una battaglia sullo “spending rewiew” nelle forniture di attrezzature alle Forze dell’Ordine (proponendo l’acquisto di questi materiali direttamente in USA e risparmiando così il 50% legato alle commissioni delle aziende che li importano), andando così evidentemente a minacciare un rilevante business. Si può quindi immaginare il peso che ho attribuito alle diffide e intimidazioni connesse alla vicenda Forti da parte dei suoi sostenitori, alcuni dei quali hanno anche scritto sui social che sarebbero venuti a “farmi una visita a domicilio”. Li sto ancora aspettando e nel caso avrei argomenti convincenti per fargli comprendere il loro errore. 

Chico Forti e Gianni Versace: in che modo le due vicende sarebbero collegate?

Le due vicende sono collegate perché alla base delle teorie complottiste dei sostenitori di Chico Forti c’è l’ipotesi che la Polizia di Miami fosse rimasta infastidita dal documentario di Forti “Il sorriso della medusa” che avanzava ipotesi sulle irregolarità della Polizia nelle indagini sul delitto Versace. Quindi secondo il fronte innocentista questo elemento è fondamentale per spiegare il motivo per cui i poliziotti avrebbero incastrato Forti. Ed è stato proprio questo il primo approfondimento che ho effettuato nel mio studio. Una correlazione affascinante e che ben si è prestata a far appassionare i supporter di Forti ma assolutamente fantasiosa. Ora, nel 2022, anche l’FBI ha prodotto un report che sconfessa ogni ipotesi complottista dietro l’omicidio Versace e anche una ex consulente della Famiglia Forti ha pubblicato un libro dove smonta e ridicolizza tali ipotesi.

Quali sono stati i fatti più decisivi per orientare la giuria a giudicare Chico Forti colpevole dell’omicidio di Dale Pike?

Chico Forti è stato condannato dopo un regolare processo e con delle prove schiaccianti nei suoi confronti acquisite dal Miami Dade Police Department, uno dei Dipartimenti di Polizia più efficienti e deontologicamente corretto del mondo e dotato di procedure investigative e tecnologie d’avanguardia. Forti aveva un fortissimo movente, (visto che la vittima stava per rovinargli un business per lui fondamentale), Forti è stato l’ultimo a vedere in vita la vittima, (visto che è andato a prenderla all’aeroporto), Forti era con la vittima sulla scena del crimine nell’orario in cui si è consumato il delitto (visto che il suo telefono ha agganciato la cella telefonica vicino alla scena del crimine nell’orario in cui si è consumato il delitto), Forti aveva acquistato con la sua carta di credito una pistola dello stesso tipo e calibro di quella con cui è stato compiuto l’omicidio (pistola poi guarda caso misteriosamente sparita), Forti ha tentato di costruirsi un alibi mentendo e tentando di addossare la colpa a un povero disgraziato (Thomas Knott) suo conoscente, Forti, infine, ha mentito numerose volte alla Polizia e si è tradito più e più volte poi durante il processo e in seguito durante le numerose interviste che ha rilasciato. Quindi per la giuria popolare che lo ha condannato Forti è un truffatore ed un assassino oltre ogni ragionevole dubbio.

Da psicologo criminalista, che analisi hai fatto della personalità di Chico Forti? Perché ha maturato l’intenzione di uccidere Dale Pike? Qual era il suo movente?

Sono tanti i motivi che spingono le persone ad uccidere ma la sete di denaro e di potere risulta essere uno di quelli più diffusi oltre che uno di quelli più abbietti. Ed è proprio questo il motivo che, in base alle risultanze processuali, ha spinto Chico Forti a togliere, con freddezza e premeditazione, la vita ad un giovane uomo di poco più di quarant’anni che si era frapposto tra lui e il suo business. Chico Forti, a mio avviso, ha maturato l’idea di uccidere Dale Pike poiché essendo psicologicamente poco incline a sopportare le frustrazioni, non riusciva a digerire l’idea che il giovane australiano potesse rovinargli il business su cui aveva riposto tutto il suo futuro imprenditoriale: l’acquisto del Pike Hotel di Ibiza. Se la vittima, dopo aver constatato le intenzioni truffaldine di Forti avesse avvertito il padre (Anthony Pike) proprietario dell’albergo della insufficiente solidità economica dell’acquirente, l’affare sarebbe sfumato. Questo è bastato evidentemente per uccidere una persona. Riguardo al profilo criminologico di Forti, la sua capacità di manipolazione del prossimo, la sua inclinazione alla menzogna e alla frode, nonché le modalità con cui ha portato a termine il delitto di Dale Pike, indicano un quadro che collima perfettamente con i profili di personalità tendenti alla psicopatia e quindi ad una elevata pericolosità sociale. E su tale valutazione concorda anche l’attuale Procuratore di Miami, Katherine Fernandez Rundle, che si è infatti opposta al suo trasferimento in un regime carcerario più “morbido” qual è quello italiano.

Chico Forti ha avuto dei complici o ha fatto tutto da solo? I suoi sostenitori affermano che il vero omicida sarebbe stato un amico di Forti, che poi lo avrebbe accusato dell’omicidio per ottenere l’immunità penale per sé stesso. Come stanno le cose?

In base alla mia ricostruzione dei fatti, analizzando circostanze e tempistiche operative, l’omicidio è stato commesso da Chico Forti da solo, subito dopo essere andato a prendere la vittima all’aeroporto. Eventuali complici potrebbero essere intervenuti in una seconda fase, durante la notte e dopo che Forti era rientrato presso la sua abitazione, per spostare il cadavere (che in effetti è stato rinvenuto in quel luogo isolato solo la mattina dopo) per denudarlo e simulare così attraverso uno “staging”, un omicidio omosessuale. Ad ogni modo, nel corso delle mie ricostruzioni del delitto, Forti ha avuto a disposizione il tempo necessario (circa 25 minuti) per effettuare tutte le azioni legate all’omicidio: condurre la vittima in un luogo appartato, sparargli due colpi alla nuca, trascinare il corpo, denudarlo e poi allontanarsi per gettare l’arma del delitto in mare dal lungo ponte che collega l’isola di Key Biscagne con la terraferma. L’amico di Forti (Thomas Knott) del resto aveva un alibi molto solido e la sua chiamata in causa da parte di Forti è stato, a mio avviso, uno dei vari tentativi di salvarsi addossando la responsabilità a qualcun altro.

I sostenitori di Chico Forti affermano che, al momento di decretare la sua condanna, il giudice avrebbe dichiarato di non avere prove contro di lui ma di avere la personale convinzione che fosse colpevole. Cosa c’è di vero in questa ricostruzione?

Negli atti del processo non c’è nessun riferimento a questa frase che è stata tramandata dai sostenitori di Forti nel corso del tempo. Il padre della vittima ha scritto, in una lettera del 2009 (dopo quindi 9 anni dal processo e già in una condizione di accertata demenza), che avrebbe ascoltato il giudice Victoria Platzer fare questa (inverosimile) affermazione. Oltretutto nella lettera del padre della vittima tale frase si rileva ovviamente in lingua inglese ma poi la sua maldestra (o manipolativa) traduzione in italiano ha stravolto completamente il suo significato. Nessun testimone oculare ha visto Chico Forti sparare alla vittima (quindi non c’è la certezza assoluta) ma decine e decine di prove, alcune oggettive ed alcune circostanziali hanno condotto la giuria popolare a convincersi della colpevolezza di Forti. Questa dinamica avviene in tutti i processi del mondo quando ovviamente non c’è flagranza di reato.

Che interesse c’è, dietro questa vicenda? Perché i sostenitori di Forti lo difendono con un fanatismo a tratti rabbioso? È solo una questione affettiva o c’è dell’altro? Interessi economici? Antiamericanismo? O un po’ di tutto?

La spiegazione di ciò, a mio avviso, è proprio in un fenomeno di “cherry picking” di massa (che è anche il titolo del mio libro sulla vicenda Forti), avvenuto in Italia negli ultimi vent’anni attorno a questo caso, poiché le informazioni sulla vicenda e sull’andamento del processo che sono attualmente disponibili sono esclusivamente quelle rilasciate dalla sua difesa, dai suoi parenti e dai suoi amici ma anche da moltissimi giornalisti e youtubers che hanno poi amplificato e diffuso le notizie provenienti solo da quel “canale” (canale che è giustamente di parte). I sentimenti anti-americani certamente hanno rinforzato poi la diffusione di questo quadro informativo distorto. Per quanto riguarda la questione economica in effetti negli ultimi 10 anni di questa vicenda sono state raccolte cifre ingenti (qualcuno ha stimato in 2/3 milioni di euro per la riapertura del processo a Chico Forti, riapertura che, per motivi tecnici e giuridici, in effetti non potrà mai avvenire). Sarebbe interessante a tal proposito per i tanti italiani che hanno versato il loro denaro per questa causa di poter accedere agli estratti conto dei vari comitati che hanno raccolto questi fondi. Io lo sto chiedendo dal 2013 ma senza successo.

A cosa ti dedicherai, ora?

Terminata la mia carriera nelle forze di Polizia italiane mi trasferirò, tra qualche tempo, più stabilmente negli Stati Uniti (dal 2020 ho un contratto di consulenza con un Dipartimento di Polizia in una cittadina a sud di Los Angeles dove vado una decine di volte all’anno e dove ho una piccola casa, ma sto anche maturando l’idea di trasferirmi a Miami) dove continuerò il mio percorso di studio e di vita, analizzando per lavoro fatti criminali irrisolti e cercando di aiutare le persone, tenendo però sempre a mente una delle frasi di Sir Arthur Conan Doyle (nel suo libro “La valle della paura”) che ha da sempre orientato il mio agire: «Costruire teorie prima di aver raccolto i fatti è un errore madornale: conduce ad adattare i fatti alle teorie, invece che adattare le teorie ai fatti».

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Il video documentario realizzato da Andrea Lombardi con la collaborazione di Marco Strano.

Cherry Picking - La Strategia Di Un Assassino - Il libro

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Chico Forti, il caso e le bugie dei media italiani, il mio primo articolo su Chico Forti su Giornalettismo, pubblicato il 9 luglio del 2021.  

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Chico Forti e l'ombra del complottismo, il secondo articolo, del 18 luglio 2012:

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Pagina 3

Pagina 4

Pagina 5

Pagina 6

Pagina 7

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Chico Forti, un caso pieno di ombre, il terzo e ultimo articolo del 5 dicembre 2013.

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